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Il più recente indirizzo della Corte di Cassazione sui limiti all’opposizione all’esecuzione di controcrediti in compensazione....segue 

 

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OPPONIBILE IL CONTROCREDITO?
 

 Il più recente indirizzo della Corte di Cassazione sui limiti all’opposizione all’esecuzione di controcrediti in compensazione.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 23573/2013, ha fatto il punto sulla assai dibattuta questione dei limiti dell’opposizione per deducibilità in compensazione di controcrediti in ambito esecutivo.

Si tratta di caso di assai frequente applicazione, nel quale, all’azione esecutiva promossa da un creditore, il debitore oppone l’esistenza di un proprio controcredito, richiedendone la compensazione totale o parziale con quello del soggetto procedente.

Nella fattispecie sottoposta al vaglio della S.C., a fronte di un credito azionato, era eccepita dal debitore la compensazione con un maggior controcredito, derivante da un decreto ingiuntivo, provvisoriamente esecutivo, e avverso il quale era ancora pendente l'opposizione: la Corte di Cassazione ha “colto l’occasione” per tracciare i limiti della deducibilità in compensazione di un credito sub iudice, in contrasto con quanto avevano fatto, nella controversia, i giudici di merito che, addirittura, avevano messo in discussione la possibilità di compiere la compensazione medesima.
Per prima cosa, il giudice di legittimità ha specificato che alcuni controcrediti non possono essere deducibili contro un titolo esecutivo: infatti, se il titolo esecutivo è di formazione giudiziale, non possono essere dedotti in compensazione quei crediti che avrebbero potuto dedursi, con la formulazione di un'eccezione di compensazione, nell'ambito del giudizio che ha portato alla formazione del titolo, oppure che siano ancora deducibili nel giudizio nel caso in cui sia ancora in discussione il titolo giudiziale.

Non si tratta di questione “nuova”, infatti, la giurisprudenza (Cassazione 2865/62 e 2990/77) è stata conforme, infatti, nel ribadire il principio secondo cui, nel caso in cui il creditore agisca esecutivamente per il recupero delle spese giudiziali, in forza di sentenza passata in giudicato, l'esecutato può opporre in compensazione un credito anteriore alla formazione del giudicato, sempre che l'esistenza di tale credito non sia stata dedotta o non si sarebbe dovuta dedurre nel processo definito con la sentenza passata in giudicato: in altre parole, il debitore avrebbe dovuto “svegliarsi” prima, facendo valere il proprio controcredito già nella fase processuale nella quale si è venuto a formare il titolo esecutivo, per esempio, proponendo opposizione al ricorso per decreto ingiuntivo facendo valere in quella sede il diritto alla compensazione,  o costituendosi nel processo ordinario, con domanda riconvenzionale, al fine di avvalersi del sistema previsto dall'articolo 1243, comma 2, del cod. civ. “Compensazione legale o giudiziale”.

La sentenza in commento ha risposto anche alla questione vertente sul momento “genetico” della compensazione, ovvero, quando possono dirsi coesistenti i due crediti reciproci.

I Supremi giudici hanno richiamato il summenzionato disposto dell'articolo 1243, comma 2, del cod. civ., laddove prevede varie ipotesi:

a) il giudice, ricorrendo la condizione che il credito principale non sia contestato e che il controcredito sia d’importo maggiore e sia da ritenere parzialmente esistente, dichiara la compensazione tra i due crediti fino alla concorrenza.

Si noti che, in questo caso, l’applicazione della compensazione non definisce completamente il giudizio perché, dichiarato estinto per compensazione il credito principale, il giudizio proseguirà per accertare  la parte residua del controcredito eccepito in compensazione;


b) La seconda ipotesi è quella in cui il controcredito è d’importo minore rispetto al credito principale, pur essendo entrambi d’immediata accertabilità, sicché, la pronuncia definirà il giudizio su entrambi.

c) La terza ipotesi è quella in cui il credito principale è incontestato o di facile accertabilità, mentre quello eccepito in compensazione è, solo in parte, di facile e pronta accertabilità, tanto che sussistono le condizioni per dichiarare la compensazione fra i due crediti soltanto in parte e, comunque, per un importo che non estingue il credito principale.

Secondo la Corte, il disposto del comma 2 dell'articolo 1243 del cod. civ. ammette che per il credito principale sia possibile, oltre che dichiarare l'estinzione fino alla concorrenza del controcredito d’immediato accertamento, anche disporre la condanna per il residuo, con riserva della successiva eventuale estinzione per compensazione a seguito dell'accertamento della parte residua del controcredito.

In pratica, una volta dedotta in giudizio la compensazione, il giudice può decidere sul credito principale e condannare con riserva all'esito del successivo accertamento sul controcredito per il caso in cui sia riconosciuto coesistente con quello principale, oggetto della condanna.

Per la Corte, tuttavia, l'articolo 1243 del cod. civ. non disciplina in alcun modo né la situazione in cui il controcredito, eccepito e contestato, appartenga alla competenza di un giudice diverso da quello adito, né il fatto che il controcredito sia oggetto di contestazione in un altro giudizio pendente avanti un diverso ufficio giudiziario, in tali casi, secondo i giudici, soccorre l'articolo 35 c.p.c., per il quale la compensazione può rilevare anche se sull'accertamento del controcredito sia competente un giudice superiore rispetto a quello del credito principale.

La norma in questione prevede tre alternative: la prima, di non contestazione del credito eccepito in contestazione, e, in tal caso, può essere decisa la domanda originaria, dando atto della compensazione; la seconda, di contestazione del credito eccepito in contestazione, il che comporta la decisione sul credito principale con riserva dell'eccezione di compensazione del controcredito e la rimessione dell'accertamento al giudice competente; la terza, in difetto delle condizioni di cui al punto precedente, la rimessione dell'intero cumulo di cause al giudice superiore competente.

Tanto premesso, può dirsi che la Corte ha posto le basi per la gestione dell'ipotesi della compensazione del credito sub iudice, ricavabili dalle norme contenute negli articoli 1243 del c.c. e 35 c.p.c.:

I)                   se il controcredito è oggetto di un giudizio avanti lo stesso ufficio giudiziario investito della domanda sul credito principale, l'articolo 274 del c.p.c. consente la riunione dei processi e si verifica una situazione identica a quella prevista dall'articolo 1243, comma 2, c.c..;

II)                Qualora la riunione non sia possibile per lo stato in cui si trova l'altro processo, le soluzioni sono quelle indicate dall'articolo 35 c.p.c.;

III)             Se il giudizio sul credito eccepito in compensazione penda davanti a un altro ufficio giudiziario, soccorre, infine, l'articolo 40 c.p.c.;

IV)             Quando, poi, sia inapplicabile l’articolo 40 c.p.c., perché vi sia competenza inderogabile o giudizio in grado di impugnazione, allora si addiverrà a condanna con riserva sul credito principale, con rimessione sul ruolo per la decisione della sussistenza delle condizioni della compensazione e sospensione del giudizio, ex articoli 295 e 337 c.p.c., fino alla definizione del giudizio di accertamento del controcredito.

Conseguentemente la Corte ha ritenuto che l’eccezione di compensazione sia sollevabile fin dal momento della proposizione dell'opposizione all'esecuzione e non, come in precedenza affermato dai giudici di merito, solo a seguito del passaggio in giudicato della sentenza che aveva deciso la controversia riguardante il credito opposto in compensazione.

Con la decisione in commento, quindi, la Corte di legittimità ha superato il precedente orientamento che, per potersi pronunziare l’estinzione per compensazione (legale) di due debiti (ex art. 1242 c.c.), richiedeva, non solo la liquidità ed esigibilità degli stessi, ma anche la loro certezza, con la conseguenza che erano esclusi tutti i crediti non ancora oggetto di una pronuncia passata in giudicato, quindi anche quelli oggetto di sentenza positiva, ma “sub iudice”, o di altro titolo provvisoriamente eseguibile, poiché la provvisoria esecutività permette solo la temporanea esigibilità del credito (determinato nel suo ammontare), ma non ne comporta l'irrevocabile certezza.

Avv. Stefano Busatti

     

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